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I musicisti di Caparezza portano la propria esperienza al Corso di Etnomusicologia

La lezione del corso di Etnomusicologia dell’11 novembre, tenuta dalla prof.ssa Giulia Sarno, del Corso di Laurea in Pro.G.A.S., si è trasformata in un incontro speciale: non una semplice lezione frontale, ma una chiacchierata viva, piena di racconti e spunti pratici, con musicisti e studiosi che da anni vivono in prima persona la popular music italiana. A condividere il loro percorso con gli studenti sono stati i musicisti di Caparezza Alfredo Ferrero e Gaetano Camporeale, accompagnati dal musicologo Davide Bono che alla  galassia Caparezza ha dedicato anni di studio per la propria tesi di laurea magistrale.

Musicisti di Caparezza a lezione di etnomusicologia

Un viaggio nell’immaginario di Caparezza

Per capire il valore delle loro testimonianze bisogna partire dal centro del loro lavoro: Caparezza, pseudonimo di Michele Salvemini, artista dalla carriera camaleontica. Dagli esordi come Mikimix alla reinvenzione totale che lo ha reso uno dei cantautori più originali in Italia, Caparezza ha costruito un linguaggio che unisce rap, rock, ironia tagliente e un immaginario culturale sterminato. Brani come Fuori dal tunnel hanno segnato intere generazioni, ma è osservando la sua discografia nel complesso che si comprende quanto ogni suo progetto sia curato, pensato e profondamente concettuale.

Alfredo Ferrero: vent’anni dietro la chitarra (e molto di più)

Alfredo Ferrero è uno dei protagonisti silenziosi ma fondamentali di questo mondo. Da più di venticinque anni lavora come chitarrista, bassista, produttore e arrangiatore, spaziando dal pop al metal ed alla musica d’insieme. Dal 2000 è parte integrante del progetto Caparezza: otto album, tutti i tour, decine di sperimentazioni sonore. Una presenza costante, che conosce da vicino sia la costruzione del sound in studio sia il modo in cui quelle scelte si trasformano in energia sul palco. Ferrero è anche docente e relatore, e questo si percepisce subito: quando racconta il suo lavoro, lo fa con l’intenzione di trasmettere un metodo, un modo di pensare più ancora che un elenco di tecniche.

Gaetano Camporeale: tra tastiere, teoria e territorio

Al suo fianco, Gaetano Camporeale porta una prospettiva complementare. Anche lui molfettese, tastierista storico di Caparezza, ha sempre unito la pratica musicale alla ricerca teorica. La sua tesi in Storia della Musica Moderna e Contemporanea testimonia una curiosità che va oltre il palco: Camporeale studia ciò che suona, esplora, contestualizza. Per anni ha diretto il festival Aritmia Mediterranea, contribuendo a dare spazio alla scena musicale del territorio. E oggi continua a lavorare con artisti emergenti, offrendo supporto creativo e produttivo. Insieme a Ferrero ha creato My Band, un progetto fatto di workshop e masterclass pensato per condividere esperienza, errori, successi e – soprattutto – la dimensione collettiva del fare musica.

Davide Bono: la nuova generazione studia e suona

Il racconto assume una piega ancor più interessante quando entra in gioco Davide Bono, musicologo e percussionista appartenente a una generazione più giovane, ma con un bagaglio sorprendentemente ricco. Dopo anni nelle performing arts – tra Indoor Percussion e Drum Corps – ha fondato la band Gnom Finders e insegna musica d’insieme e batteria a Firenze. La sua tesi magistrale lo ha visto impegnato per quasi tre anni nell’analisi dell’intera Galassia Caparezza e del meta-progetto Exuvia come caso di studio specifico. Si aggiunge perciò un tassello unico: uno sguardo etnografico dall’interno, costruito tra studi di registrazione, backstage, tour e molto altro. Bono porta così un punto di vista fresco, capace di leggere i processi musicali sia da musicista sia da ricercatore. Approcci e contenuti che oggi trovano riscontro pure in un progetto di masterclass teorico-pratiche che il giovane musicologo svolge sia in autonomia che insieme a Camporeale e Ferrero.

Una lezione che parla di musica, ma soprattutto di persone

Durante la lezione, i tre musicisti non si sono limitati a descrivere strumenti o tecniche. Hanno parlato del lavoro di squadra, delle idee che nascono per caso, dei compromessi, delle discussioni, della fiducia necessaria per costruire un progetto artistico complesso.
Hanno mostrato quanto la popular music non sia solo creatività, ma anche: ambienti di produzione che cambiano a seconda del progetto; tecnologie che influenzano la scrittura; tempi e metodi di lavoro condivisi; relazioni professionali da coltivare e proteggere; un costante dialogo con il mercato, con le aspettative e con il pubblico. È emerso un messaggio forte: la musica non è mai un atto solitario. Dietro ogni brano, ogni concerto, ogni concept album c’è un microcosmo di persone, ruoli e dinamiche umane che convivono, si confrontano e crescono insieme.



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